Ciro Re dei Re e il suo Cilindro

Già Marco Polo (1254-1324) il commerciante veneziano, partito dall’Italia per raggiungere la Cina, attraversando l’attuale Iran, ancora sotto il dominio dei Mongoli, e assai prima Erodoto (storico greco vissuto negli anni intorno al 990 a.C.) avevano applaudito al fascino delle civiltà sorte in tempi remoti dagli sterminati territori persiani.

Infatti, i resoconti degli antichi viaggiatori incuriositi dalle civiltà del Medio Oriente sono più di 700. Basta ricordare nei secoli XVI e XVII lo straordinario sviluppo delle scienze e delle arti e la prosperità economica dovuti all’attività dinamica dei Safavidi che in seguito si manifesterà attirando l’attenzione di commercianti, artisti, scienziati, diplomatici europei.

Ma la civiltà dell’antica Persia seppe esprimere, nel corso dei secoli, un enorme fascino anche sugli stessi conquistatori (Mongoli, Turchi, Arabi) che si avvicendavano alla guida del Paese.

Determinante per il futuro della Persia, terra riservata ai Re di Re, la presenza di Ciro II (590 a.C.- 529 a.C.) un nome destinato a passare alla Storia come fondatore dell’impero che rappresentò una delle più straordinarie costruzioni politiche dell’antichità. Il nome di quest’uomo ormai noto come Ciro il Grande è rimasto scolpito per sempre nei secoli.

Vittima in gioventù di sfortunate esperienze, compresa quella dovuta al nonno Astiage, diventato decisamente nemico nei suoi riguardi, perchè temeva che il nipote potesse strappargli il trono. Incoronato re, Ciro rinforzò il prestigio unito al potere della sua famiglia rispetto alle tante tribù persiane, soprattutto su quella dei Medi di Astiage che da tempo non potevano più contare su un forte esercito.

E fu proprio con la vittoria sui Medi che Ciro potè ottenere il titolo di Re dei Re e avanzare rivendicazioni territoriali, di cui aveva estremamente bisogno, su tutto il Medio Oriente; si guadagnò anche l’occasione di ottenere vasti territori come la Mesopotamia, la Siria, la Cappadocia, oltre alla conquista di tutte le roccaforti della Lidia, le città greche sull’ Egeo con la possibilità di scendere finalmente sino al mare.

Al trionfo di Ciro corrisponderà invece il declino di Babilonia ormai irrimediabilmente in mano ai Persiani. Infatti , vie terrestri, commercio della seta e delle spezie provenienti dalla Cina e dall’India, erano ormai appannaggio di Ciro. Carestie e inflazione avevano invece sviluppato tensioni interne nei Paesi contro di lui.

Il 15 ottobre 537 a.C. Ciro occupò Babilonia, senza combattere, dopo avere deviato il corso dell’Eufrate. Riuscì a guadagnarsi  anche la fiducia dei babilonesi dopo avere mantenuto al potere la vecchia classe dirigente promettendo di rispettare le credenze religiose di tutti. Dopo la conquista di Babilonia, Ciro sarà acclamato come Re dell’Universo, perchè ormai solo suoi sarebbero tutti i titoli reali della Mesopotamia e dell’Asia Minore.

Pur essendo uomo di eccezionale valore, Ciro però non riuscì a realizzare la trasformazione politica dello Stato persiano sul quale aveva riflettuto per tanti anni. E quando nel 529 a.C. morirà in una delle ultime battaglie, il progetto che aveva in mente fin dall’inizio non sarà ancora venuto alla luce. Nè ci verrà mai.

Cilindro di Ciro

Con Ciro, rimane, tuttavia, una straordinaria testimonianza : un cilindro d’argilla (noto come il Cilindro di Ciro).

Ritrovato dall’archeologo britannico, Hormuzd Rassam, nel mese di marzo del 1879, oggi il manufatto è conservato al British Museum di Londra e sarà proprio questo inaspettato cimelio, sul quale sono state scritte a caratteri cuneiformi la vita e le imprese di Ciro, a fare luce su tali straordinarie esperienze.

Il valore non basta.. e neanche le parole. E’ necessaria un’azione : abolire la schiavitù. I governatori hanno quindi l’obbligo di proibire la compra vendita di esseri umani per farne degli schiavi…tale tradizione deve essere estirpata da qualsiasi territorio..così vale per gli oppressori che penalizzano i diritti di chi non può difendersi.

 “…..Dichiaro che rispetterò la tradizione, i costumi e le religioni delle nazioni del mio impero, e che non permetterò a nessuno dei miei governatori di cedere alla tentazione di disprezzare o insultare gli abitanti delle mie nazioni”.

Pur così lontano dal nostro tempo (come regole e come stirpe) non è facile staccarsi da un personaggio come Ciro, considerarlo solo un’entità storica. I suoi sentimenti sono così attuali da sentirlo come uno di noi. Ricordiamoci che le sue parole (scritte o tramandate) risalgono a più di 500 anni prima della nascita di Cristo : sembra quasi un miracolo. Rileggendole (pensando a lui) sentiamo quanto sia moderno quest’uomo:

“Tutti sono liberi di praticare qualsiasi religione, vivere secondo i dettami di qualsiasi religione ed accedere a qualsiasi tipo di impiego, a condizione che non siano violati i diritti degli altri”.

Parole che ancora una volta riescono a stupirci e, nonostante i secoli, a farci sentire Ciro stranamente vicino. O meglio, ripetiamo : uno di noi.

Adriana Oggero giugno 2015

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La leggenda di Rostam

Si legge nelle antiche cronache  dei re sassanidi:

” Un tempo, il grande re Fereidun regnava su tutto l’Iran.Egli aveva tre figli: Salm, Turr ed Iraj, fra i quali divise il regno che era vasto come il mondo e ad Iraj, che era il prediletto, diede l’impero dell’Iran.Gli altri suoi fratelli, gelosi per la preferenza del padre, e desiderosi di vendetta, lo uccisero e fuggirono poi nei loro regni. Così ebbe inizio la lunga guerra di odi e di vendette che durò moltissimi anni tra i due più forti popoli dell’impero di Fereidun: gli Irani, discendenti di Irag, e i Turani, discendenti di Turr”.

Ecco perchè, col tempo, molti eroi e guerrieri si divisero, unendosi così chi ai Turani chi agli Irani per combattere valorosamente a pro dell’uno dell’altro popolo.

Ora avvenne che tra molti principi del Segestan vi fosse Sam, valorosissimo e fedele al re dell’Iran, destinato ad essere padre di un grande eroe.

Un giorno la giovane sposa di Sam mise alla luce un bellissimo bambino che però, molto stranamente, aveva i capelli bianchi come quelli degli anziani.

Spiacque ciò moltissimo al giovane eroe che credette di vedere in quel fatto un cattivo presagio, e fece portare il bimbo sulla cima di una montagna selvaggia, ordinando di abbandonarlo lassù. Ma un grand, meraviglioso uccello, chiamato Simurgh, si prese cura del piccolo e lo allevò, facendolo forte e libero.

Una notte, erano passati parecchi anni, Sam sognò che suo figlio viveva sulla montagna. Incuriosito dal sogno decise di andare a cercarlo e infatti lo trovò che stava lottando con un grosso lupo. Era forte e magnifico il ragazzo, e il principe si fece riconoscere e lo prese con sè, chiamandolo Zal.

Dopo qualche anno Zal si sposò e divenne padre del più grande degli eroi persiani , quel Rustem per il quale i poeti cantarono :” possano gli dei conservarlo sino alla fine dei secoli” !

Meravigliosa fu la vita di Rostam e straordinarie le sue avventure, tali da ispirare poeti ed artisti che con le loro opere immortalarono le gesta dell’eroe.

Il giorno della nascita di Rostam, il meraviglioso uccello che già aveva allevato Zal si posò sul palazzo reale, riempiendo di sgomento e di ammirazione tutto il popolo. Era tanto enorme che con le ali aperte copriva la reggia e parte dei giardini, e le sue penne erano scintillanti come gemme sfavillano al sole. Dopo aver tratto dal becco un acuto strido, si  innalzò a volo, oscurando il sole e scomparve.

I sacerdoti, interpretando il volo dell’uccello, dissero che quello era un segno augurale per il neonato.

La madre, la bellissima Rudabeh, ne fu lieta e guardò il suo bimbo con grande amore : il pupo, con le manine, strappò i pizzi della culla, facendo così comprendere che sarebbe stato forte e potente. E anche di ciò la madre fu lieta. Erano tempi eroici.

Passarono felici e sereni gli anni dell’infanzia e venne l’adolescenza, durante la quale Rostam, ormai grande e robusto, stupì tutti per la sua forza e il suo indomito coraggio.

Un giorno si sparse la voce che nella foresta intorno alla città un cavallo straordinario, selvaggio e furioso, cavalcava spargendo terrore. Rostam andò nella foresta e attese l’animale. Quando esso arrivò, simile ad un uragano, squassando le piante, Rostam gli saltò in groppa e, tenendogli saldamente le orecchie, lo domò. Dopodichè, tranquillo, se ne rientrò in città tra lo stupore di tutto il popolo. Quel cavallo si chiamava Rakhsh e fu la causa di un’avventura terribile.

Quando Manuchehr, re dell’Iran, morì, gli succedette Nadher, suo figlio, che però non era un buon re, il popolo si sollevò. Approfittando della situazione, il re dei Turani mosse guerra contro l’Iran. Fu una guerra lunga e sanguinosa e re Nadher cadde sul campo di battaglia. Allora gli Irani chiamarono in aiuto il loro eroe Rostam, che accorse immediatamente e, trascinando i soldati con il suo valore, risollevò le sorti della guerra e scacciò i Turani oltre i confini.

Non pago, volendo vendicare la morte di re Nadher, Rostam rincorse il nemico fino alle sue terre. I Turani però si asserragliarono in una fortezza e Rostam, considerando inutile continuare in quell’avventura che già tanto sangue era costata, desistè dall’impresa, accingendosi al ritorno.

Ma distese immense e grandi boschi indussero Rostam a darsi alla caccia, e per lungo tempo inseguì un magnifico leopardo che lo trascinò lontano, in mezzo ad una radura verde e fiorita, percorsa da un fiume limpido e freschissimo. Trovandosi in un luogo tanto imprevisto Rostam, invogliato al riposo, scese da cavallo ed andò in un boschetto per una siesta. Quando si risvegliò, il meraviglioso cavallo era scomparso. Fuggito, rubato ? Mistero.

Grande fu il dolore di Rostam per quella perdita: egli si pose subito alla ricerca dell’animale ma non riuscì a trovarne traccia.

A un certo punto, dopo lungo andare, l’eroe vide, sulla cima di un alto colle, un palazzo tanto grande da sembrare una fortezza. Salì su per la china e quando fu a poca distanza dall’edificio udì un nitrito possente. Era Rakhsh.

Felicissimo Rostam si mise a correre ed in breve tempo si trovò nel cortile del palazzo. Lì vide il cavallo che scalpitava, stupendo. E vide anche che, se dall’esterno l’edificio pareva un mezzo fortilizio, dentro era splendido e raffinato, tutto marmo e oro e mosaici finemente lavorati: era la casa del principe Asfrash, che ben conosceva Rostam per aver combattuto contro di lui, sperimentandone il grande valore.

Come lo vide Asfrash esclamò:

– Salve a te Rostam, bevenuto nella mia casa! Sono lieto di avere per ospite il più grande eroe dei nostri tempi. Ti aspettavo, poichè il tuo famoso cavallo è qui. L’hanno trovato i  miei servi ferito e zoppicante, e l’hanno portato qui per curarlo. Evidentemente ti è stato rubato dai predoni, perchè reca intorno al collo i segni di una corda. Ma ora entra, Rostam, e rifocillati.

Rostam, felice, entrò nel palazzo e fu ospitato con grande onore. Potè conoscere anche la figlia del principe, la bella Tahminè, che aveva sentito parlare dell’eroe e gli dimostrò una profonda ammirazione. Anche a Rostam piacque la gentile fanciulla ed il suo dolce assorto modo di ascoltare le sue vicende, tanto che la chiese in sposa.

Lusingato per tanto onore e lietissimo, Asfrash acconsentì e qualche tempo dopo, in una cornice di lusso fantasmagorico, i due giovani divennero marito e moglie. Per diversi mesi Rostam dimentico del suo paese e della sua gente, passò il tempo in delizie, ammirato ed amato come un idolo. Un giorno però disse alla sua dolce sposa:

– Bella Farideh , sento che è venuta l’ora della  mia partenza per l’Iran: voglio rendermi conto di quello che avviene laggiù. Tornerò presto, perchè desidero abbracciare il figlio che nascerà. Come pegno ti lascio questo bracciale d’oro e di smeraldi: tienilo caro, poichè è il dono di un sacerdote e vale quanto un amuleto.

E ciò detto partì tra le lacrime di tutti.

Rientrato nell’Iran ed accolto con grandi feste, Rostam riprese il suo posto di capo dell’esercito e, come accade agli eroi forti ed abituati alle grandi avventure, sempre pervasi dalla smania di nuove gesta, il ricordo di Tahminè e del tempo trascorso presso il principe Asfrash si affievolì nel suo cuore.

In quel tempo era salito al trono dell’Iran il re Kaykavus, che voleva accingersi ad una strana guerra. Aveva appreso, da un poeta girovago, che al di là delle montagne orientali vi era una terra meravigliosa chiamata Mazandaran, abitata dai Devi, che là si erano rifugiati, e che vi avevano creato meraviglie di ogni genere. E siccome Kaykavus era un sovrano superbo ed orgoglioso, pensò di impadronirsi anche di quel regno e per questo partì, alla testa di un immenso esercito, verso il Mazandaran.

Rostam giudicava quella guerra un’avventura insensata e rifiutò di assumere il comando dell’esercito. Ma il re, ostinato, partì ugualmente.

Rostam aveva ragione, l’avventura era davvero insensata e l’epilogo fu tragico.

Come l’esercito iranico giunse nel Mazandaran, rimase abbagliato: le città erano di una ricchezza e di uno splendore inimmaginabili. I grandi templi d’oro, i palazzi di diaspro, i giardini favolosi… Re Kaykavus esclamò:

– Qui è realmente il regno degli dei !

E avanzò ancora.Ma il gran Devo bianco vigilava. Quando l’esercito di Kaykavus fu nel mezzo di una grande vallata contornata da alte montagne, fece uscire dalla terra una nebbia fitta e velenosa che accecò tutti, re e soldati. Fu una cosa terribile e tristissima. Quale spavento colse gli armati non è facile dire.

Vagarono per giorni e giorni riempiendo la valle di grida e lacrime. Frattanto i Devi si accingevano ad una sortita per distruggere il nemico. Ma un’ombra immensa passò per l’aria: era Simurgh, l’uccello favoloso che vide ogni cosa e portò velocemente la notizia a Rostam, affinchè il grande eroe potesse porre fine alla sofferenza di tanti uomini.

Grande fu la desolazione del vecchio Zal, padre di Rustem, quando apprese quelle tristi nuove, e disse al figlio, con la voce velata di tristezza:

– Rustem, quando il re è in pericolo, la patria stessa è in pericolo. Và quindi, aiuta Kaykavus e liberalo dal luogo dove si trova. Certamente tu puoi farlo, con l’aiuto degli dei.

Rostam obbedì e, balzando sul cavallo, raggiunse in breve tempo la valle della nebbia velenosa.

Quale spettacolo di desolazione ! Tutto l’esercito iranico disfatto vagava lamentoso, le braccia al cielo, invocando l’aiuto degli dei. Sulle cime circostanti i Devi intanto preparavano le armi per la strage. Allora Rostam ergendosi sulla sella, gridò:

-Dove sei, capo dei Devi? Hai timore? Esci e combatti contro di me davanti al mio ed al tuo popolo!

Così sfidato davanti al suo esercito, il Devo bianco uscì, armato di spada e scudo d’oro, e andò fieramente contro Rustem, galoppando sul suo bianco cavallo.

Rostam spronò il suo cavallo nero.

Dai due cavalieri dipendeva l’esito di tutta la guerra.

Lì, fra quella nebbia, i due guerrieri lottarono a lungo, perchè entrambi erano forti e valorosi, ma alla fine Rostam vinse trafiggendo il Devo bianco, capo del grande popolo di Mazandaran, che cadde tingendo di rosso l’oro della sua armatura.

Fuggirono i Devi, visto cadere il loro capo, e la nebbia, cessato l’incantesimo, si sciolse, come ingoiata di nuovo dalle viscere della terra. E di colpo Kaykavus e tutti i soldati riebbero la vista. Come si avvidero di Rostam, che, alto sul suo cavallo , attendeva, lanciarono alte grida di gioia e lo portarono in trionfo.

Il ritorno di Rostam e Kaykavus fu un’apoteosi, e tutto il popolo festante salutò l’eroe che aveva salvato il re e la patria e gli diedero l’appellativo di “prediletto dagli dei”.

Fra altre battaglie ed avventure passarono parecchi anni e intanto il figlio nato da Tahminè, che Rostam non aveva mai visto, si era fatto un magnifico giovane. Allevato dalla madre nella memoria del padre eroe, ed educato alla scuola del coraggio da nonno Asfrash, il giovane Sohrab crebbe splendidamente finchè fu inviato alla corte del re del Turan Afrasiab, che gli insegnò l’arte della guerra, poichè voleva servirsi del giovane, che sapeva figlio di un eroe, per muovere guerra contro l’Iran.

E un giorno scoppiò la grande guerra, terribile tragedia. Alla testa di un potente esercito, Sohrab partì per l’Iran, e la madre, prima che si allontanasse, gli disse:

– Figlio mio, cerca di tuo padre Rostam e fatti riconoscere mostrandogli questo bracciale.

E mise al braccio sinistro del figlio il bracciale d’oro e di smeraldi donatole da Rostam.

Dopo lunghi giorni di marcia l’esercito del Turan arrivò ai confini dell’Iran, dove era schierato l’esercito iranico in testa al quale , splendido e possente, stava Rostam. Sohrab lo vide e, comprendendo chi era il condottiero, nella sua giovanile impazienza con un grido, spronò il cavallo, desideroso di battersi.

I due eserciti si dispiegarono ad arco per assistere al duello, prima di iniziare la battaglia.

Rostam attese e, come  Sohrab gli fu vicino, alzò la sua grande spada, ma il giovane fece impennare la cavalcatura e il fendente andò a colpire le zolle, sollevando polvere e scintille. Rostam non ebbe neppure il tempo di stupirsi perchè Sohrab gli fu addosso e con un colpo magistrale lo disarcionò. Un urlo immenso si levò dalla sterminata folla degli armati : per la prima volta Rostam, l’eroe delle mille avventure , trovava dinanzi a sè un rivale degno di lui. Chi era quel valoroso?

Rostam intanto, stordito e confuso, cercava di rialzarsi, ma Sohrab gli era gà sopra e gli puntava la spada alla gola.

Allora Rostam gridò:

– Chi sei mio giovane rivale?

– Sono il figlio del più grande eroe del nostro tempo e forse di tutti i tempi e, come mio padre, non ucciderò un guerriero disarmato. Alzati e riprendiamo il combattimento ad armi pari.

Quale voce, e che impeto ! Un brivido pervase tutta la persona di Rostam, che si rialzò in preda ad una grande emozione e fissò il giovane cercando di scoprirne il segreto e di capire da che cosa provenisse la sua intima e violenta agitazione.

Ma lo scudo sul braccio sinistro copriva il bracciale e Rostam non potè sapere che chi gli teneva testa era suo figlio stesso.

L’esercito iranico frattanto incitava il suo eroe con urla e agitar di stendardi.

Allora Rostam ritrovò tutto il suo orgoglio di guerriero e si buttò contro Sohrab. Un cozzar di spade, un agitar di scudi, uno svolazzar di manti……i due eroi giostrarono con terrificante coraggio ed i due eserciti schierati furono  in preda al delirio e formarono come un’immane anfiteatro di urla.

Poi, fra uno scintillare tremendo di spade l’esperienza dell’anziano vinse sulla foga del giovane e Sohrab, colpito, cadde.

Rostam gli fu sopra e gridò:

– Giovane eroe, dimmi chi sei ! Chi è la madre che ti nutrì e ti crebbe forte e fiero?

Sohrab, con un fil di voce, mormorò:

– Sono Sohrab, figlio di Tahminè e di Rostam, l’eroe. Se incontri mio padre, digli che sono morto combattendo eroicamente e che ho cercato di far onore al suo nome.

Poi chiuse gli occhi e reclinò la testa. Lo scudo scivolò lungo il braccio e sulla pelle bruna scintillò, fatale e stupendo, il bracciale d’oro e di smeraldi.

Rostam rimase impietrito dall’orrore. Tutti i più dolci ricordi risorsero in lui e nella sua mente affiorarono le care frasi di Tahminè, le ore felici di ozio e di pace trascorse con il vecchio Asfrash, la promessa fatta a Tahminè di tornare presto per conoscere ed allevare il loro bambino. Attorno gli eserciti erano due muraglie di silenzio. Poi l’eroe si inginocchiò, prese il figlio tra le braccia e gridò.

– Figlio, figlio mio !

Si alzò, tese le braccia al cielo, e reggendo la giovane spoglia esamine, gridò disperato agli dei:

– Oh dei, ho ucciso mio figlio. Perchè avete voluto questo?

Camminò lungo la prateria e tutti i soldati si inginocchiarono. E Rostam depose il corpo del figlio su una catasta di scudi.

Disse:

– Irani, e voi, Turani, date una sepoltura degna a questo eroe, che come tale ha combattuto ed è morto, e poi tornate alle vostre terre. L’inutile guerra è finita: il sacrificio di Sohrab lo vuole.

Montò a cavallo, guardò il figlio, gli gettò sul petto la sua spada dopo averla spezzata in segno di dolore e di rabbia impotente, poi lanciò un urlo terribile che si ripercosse nella valle e spronò il cavallo verso le montagne, per nascondere nei profondi silenzi il suo dolore inumano.

Corse per lunghe ore, valicò le montagne, raggiunse una vetta, allargò le braccia al cielo e gridò:

– Dei, perdonatemi !

Immerse gli speroni nei fianchi del cavallo, che fece un balzo. Cavaliere e cavalcatura scomparvero in un profondo abisso.

Rostam, l’eroe generoso e grande, non era più. Di lui, ormai, avrebbero parlato le leggende.

miniatura persiana

miniatura persiana

 Ferdosi, tra  più venerati poeti iraniani, nacque intorno al 940 d.C. nei pressi di Tus, Iran nord-orientale. La sua composizione più conosciuta è senz’altro il “ Libro dei Re“, in persiano Shahnamè, che egli cominciò a scrivere all’età di 40 anni e terminò circa 30 anni dopo. Il poema, senza dubbio una grande opera epica, fu rifiutato dal re turco al quale venne presentato, perchè non vi si faceva alcun riferimento ai turchi. Ferdosi morì vecchio, povero e malato.

Oggi questo poeta è visto come il salvatore del farsi, lingua che egli decise di utilizzare in un periodo in cui la cultura stava subendo moltissimo l’influenza araba. Senza i suoi scritti, molti dettagli della storia e della cultura persiana sarebbero probabilmente andati persi. A Ferdosi viene inoltre riconosciuto il merito di aver dato un grande contributo alla creazione dell’identità iraniana.

I doni dei Magi

Nelle prime pagine del Vangelo di Matteo, e solo in queste, la leggenda dei Re Magi arrivati dall’oriente, viene da molto lontano e si ispira all’oracolo di Balaam, identificato con Zoroastro;

giotto adorazione dei magi

costui aveva annunciato l’arrivo di un astro che sarebbe sorto da Giacobbe ed uno scettro da Israele.

Di questi misteriosi personaggi, ricordati solo nel Vangelo di Matteo, si sottolinea che giunsero a Gerusalemme al tempo d’Erode durante l’ostinata ricerca del neonato Re di Giudei, Gesù.

Occorre comunque ricordare che tutte le notizie riguardanti i Magi provengono dai Vangeli Apocrifi e da ricostruzioni postume.

Il Vangelo di Matteo ci ha lasciato soltanto notizie sui 3 doni recati dai Re Magi: oro, incenso e mirra. Occorre ancora ricordare il numero 3 con il suo forte valore simbolico, per molti questo numero indicherebbe le 3 razze umane che discendono dai 3 figli di Noè : Sem, Cam e Iafet.

Un’importante aspetto dei Magi è rappresentato dai loro nomi : Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, decisi dalla religione cristiana anche se non tutte le fonti sono d’accordo con questa notizia.

Gasparre, per i greci Galgalath, significa Signore di Saba. Per Melchiorre, il più anziano, il nome deriverebbe da Melech che significa Re. Baldassarre, mitico Re di Babilonia, deriva invece da Balthazar e si riferisce alla regione dalla quale proviene.

Un cenno su questi mitici personaggi lo troviamo anche in Marco Polo:”… Saba, in Persia, è la città da cui partirono i 3 Re per andare ad adorare Dio quando nacque Gesù”. Varie leggende hanno tramandato l’arrivo dei Magi a Betlemme 13 giorni dopo la nascita del redentore.

Provenienti dall’ Iran i Magi erano degli sciamani legati al culto degli astri e, in seguito, sacerdoti di un Dio protettore di tutte le creature.

Appassionati e studiosi di astronomia, seguendo la lettura del cielo, erano diventati loro stessi l’anello di congiunzione tra la nascente religione, il cristianesimo, ed i culti orientali.

Ancora oggi il culto dei Magi è ricordato con estremo rispetto; la leggenda racconta che i resti mortali dei Re Magi furono recuperati in India da S.Elena e portati a Costantinopoli.

Nel 1034 sembra che questi resti siano stati trasportati a Milano per essere custoditi nella chiesa di S.Eustorgio, ricca di simboli dei tre Re e d ancora oggi meta di pellegrinaggi.

I doni dei Magi si riferiscono alla duplice natura di Gesù: quella umana e quella divina.

L’oro perchè è il dono riservato ai re e Gesù è il Re dei Re; l’incenso, come testimonianza di adorazione alla sua divinità, perchè Gesù è Dio; la mirra, coinvolta nel culto dei morti perchè Gesù è uomo e come tale, mortale.

Dai doni dei Re Magi a Gesù è nata la tradizione di portare dolci e giocattoli ai bambini, con essa si fa strada la leggenda della befana. Qui si racconta che i Magi nel loro viaggio verso Betlemme si fermarono a casa della vecchia signora e le proposero di unirsi a loro.

Ma la befana rifiutò lasciando che i Magi partissero da soli.

Più tardi ci ripensò e decise di raggiungerli, purtroppo ,nel buio della notte, non riuscì a ritrovarli.

Così, da allora, un volta all’anno lascia un dono a tutti i bambini.

Adriana Oggero giornalista

La scelta di un tappeto persiano

Nel campo del tappeto persiano le valenze sono decisamente traslate rispetto a quelle del mobile italiano ed europeo, creare quindi un parallelismo, un confronto tra due oggetti nati e maturati in ambiti e con una destinazione d’uso così differente difficilmente potrebbe condurre ad una qualche conclusione logica.

Un esempio di ciò è chiaramente riscontrabile nella datazione differente che esiste tra un mobile ed un tappeto : essendo il tappeto costituito da materiali diversamente deperibili rispetto al mobile,  viene considerato di vecchia manifattura quando ha un’età di circa 50 anni e diventa antico quando ne ha circa cento, cosa che non succede per i mobili o altri complementi d’arredo.

Cambiano in maniera radicale i termini del confronto se vengono invece considerati elementi complementari con il fine di un risultato d’insieme in cui si vengano a valorizzare a vicenda.

Il tappeto persiano è un oggetto vivo nell’arredamento di una casa , ha bisogno di cure ed attenzioni nel tempo, per questo motivo il primo consiglio è di scegliere un manufatto in grado di ricambiare offrendo quelle emozioni e quelle soddisfazioni che solo un esemplare autentico riesce a donare.

Un tappeto non è un armadio o un tavolo, non è indispensabile per un uso specifico, si dovrebbe quindi cercare di non accontentarsi e non ripiegare su un oggetto che non sia in grado di comunicarci appieno una grande soddisfazione…in parole povere, visto e considerato che comunque vi darà il suo da fare, tutte le volte che catturerà la vostra attenzione dovreste pensare…”ma quanto sei bello”.  Non dimentichiamo quanto sia indispensabile anche il fattore “cromoterapia” a livello di percezione.

Il fatto che debba essere in grado di comunicare emozioni non è assolutamente correlato con il valore commerciale attribuito al manufatto : esistono tappeti nomadi meravigliosi e tappeti extrafini in cui si può ammirare la tecnica esecutiva ma da cui non si riesce a trarre sentimento.

Ogni tappeto ha una sua storia, una sua peculiarità sia nel disegno che nella tecnica – che sia un tappeto nomade o un antico persiano di corte, deve rispondere a precisi canoni di bellezza, rivelare un’armonia di tinte e schema compositivo che nel tempo conquisti sempre di più, perchè un manufatto autentico ha questo di bello: più lo guardate, più ve ne innamorate.

Un buon esemplare, di una buona qualità, è sicuramente destinato a rivalutarsi nel tempo ed è quindi sempre un ottimo investimento.

Ricordiamo inoltre che nel tappeto vince sempre la tradizione – il tappeto persiano, autentico, di valore, non può “essere di moda”, è un oggetto destinato a durare per sempre, da tramandare ai nipoti, non può quindi adattarsi a seguire nessuna corrente modaiola.

Più un manufatto è strano, meno ha mercato – più il disegno è riconoscibile e classificabile, maggiormente la tecnica riesce a superare se stessa, ad affinarsi, a modellare nuove fantasie ma sempre basate sullo studio dei motivi tradizionali , maggiormente il vostro tappeto avrà un valore “certo” soprattutto nel tempo.

Kirman Imperiale Persia

Kirman Imperiale Persia

Un tappeto persiano è per sempre

heritz e kirman

Heritz e Kirman, due splendidi esemplari di fine ‘800 in perfetto stato di conservazione

Il tappeto persiano è un manufatto dall’altissimo valore intrinseco,basti pensare alle migliaia di nodi affiancati uno all’altro che danno origine al vello del tappeto e nel contempo ai preziosi materiali naturali da cui risulta essere costituito.

Purtroppo attualmente stiamo vivendo in un’epoca in cui si tende sempre più spesso a privilegiare la forma a discapito della sostanza, quasi in tutti i settori, in nome di un consumismo sfrenato che ci ha portato all’attuale momento di crisi.

Un esempio banale ed anche  comico di ciò si può tranquillamente osservare in una giornata di pioggia : molte carcasse di  ombrelli  fanno capolino dai bidoni dei rifiuti, in particolare in una città ventosa come Genova – si compra un ombrello, pensando che debba assolvere la sua funzione, ovvero quella per cui dovrebbe essere stato “strutturato” e prodotto…ma non appena lo si apre ci si ritrova, alla prima folata di vento, con il manico in mano, solo quello…cosa abbiamo comprato…? Un oggetto a forma di ombrello, assolutamente privo di quella struttura nonchè di quella sostanza che avrebbe dovuto permettergli di svolgere la sua funzione, e, tragicamente, chi l’ha prodotto l’ha fatto con lo scopo preciso di ridurre i costi al massimo, di ottenere una forma che potesse indurci all’acquisto, ma perfettamente conscio del fatto che mai quella forma sarebbe stata in grado di assolvere la sua funzione, o che al massimo lo avrebbe fatto per un periodo di tempo molto limitato, così da obbligarci ad un nuovo acquisto con la vana speranza di una durata maggiore.

Il tappeto….no…., quello persiano annodato a mano è letteralmente indistruttibile, nonostante sia realizzato con materiali comunque deperibili – quali lana cotone seta – eppure passano gli anni, i decenni e lui se ne rimane li, fiero di esserci e sicuramente in grado d’impreziosire ogni ambiente…il tempo passa, ne raccoglie i segni che lo rendono anche migliore ! La vera bellezza di un tappeto persiano è proprio nella sua durata, in quella struttura di partenza che gli permette solo di migliorare con il passare degli anni.

Per questo un tappeto è veramente per sempre e diventa un bene di famiglia destinato ad essere tramandato.